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La rubrica di Nicola Brizio

#13 DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DEL PRIMO MAGGIO

Prima di parlare della faccenda che vede coinvolto Fedez ho voluto far calmare le acque ma soprattutto i decibel del coro di scimmie che immediatamente si è alzato fin dalle ore successive al concertone.
La verità è che non ho una grande stima del Fedez artista e sono diffidente nei confronti del Fedez ideologo ma entrambe queste considerazioni sono maturate prima della faccenda che ha spaccato l’Italia, prima del monologo e della diatriba coi vertici RAI.
Ha fatto bene dunque il signor Ferragni a fare nomi e cognomi in diretta sulla televisione pubblica e a sputtanare i dirigenti colpevoli forse (ma i confini della vicenda sono ancora nebulosi) di un incauto tentativo di censura?
I livelli di discussione sono molti, per questione di spazio non possiamo analizzarli tutti ma farò del mio meglio per mettere la lente d’ingrandimento almeno sui più importanti.
PUNTO PRIMO: esiste la questione relativa alla lottizzazione della TV pubblica?
Chiaro che si ma si tratta di una non-questione.
Non sono forse lottizzate anche tutte le commissioni di Camera e Senato, le partecipate, i servizi segreti e tutto il resto?
Attenzione a pensare che cambiare tutto senza avere un’idea chiara di come ricostruire sia sempre la scelta giusta.
Qualche tempo fa si credeva che la madre di tutti gli scandali morali del paese fosse rappresentata dal finanziamento pubblico ai partiti.
Bene, l’abbiamo abolito e ora? Alzi la mano chi ancora non si è accorto che la situazione è decisamente peggiorata.
Cosa vogliamo fare? Privatizzare la RAI? La TV privata esiste già, è quella che ha contribuito a formare generazioni di cinquantenni che oggi utilizzano a stracazzo parole un tempo nobili come “disallineato”, “indipendente”, “non omologato”.
PUNTO SECONDO: come siamo arrivati fin qui?
Siamo arrivati fin qui trascinando la politica ad un livello via via sempre più basso fino a ridurla a un argomento da bar come la figa o il calcio.
Nel 1992, proprio sul palco del primo maggio, Guccini cantava a pieni polmoni “la bomba proletaria/ illuminava l’aria” senza che ne seguissero strabilianti moti di indignazioni nonostante la stagione delle bombe fosse finita da poco.
Proprio così, nel felice 1992 (felice soprattutto per me che non ero ancora nato) nessuno si strappò i capelli, quella era musica e niente di più.
Perché? Perché la politica non era ancora stata declassata ad argomento da bar e Guccini era semplicemente un fenomeno, per tutti, a sinistra, a destra, al centro e pure sopra e sotto.
PUNTO TERZO: Fedez si sta preparando la strada per rappresentare la sinistra del futuro?
Non lo so ma se così fosse può significare due cose: Fedez è alla frutta oppure la sinistra vive l’ennesima crisi di personalità.
La sinistra negli ultimi dieci anni ha, spesso a ragione, lavorato con enorme trasporto e vitalità sui temi relativi ai diritti civili.
Molto bene, ora occorrerebbe un cambio di passo sui diritti sociali perché ancora oggi le morti sul lavoro rappresentano un dato che lascia di ghiaccio solo leggendolo ed è inaccettabile che in un paese del sedicente primo mondo si possa essere poveri pur lavorando.
L’intolleranza, il razzismo, l’omofobia, la misoginia sono erbacce che trovano terreno fertile laddove la frustrazione dilaga e la frustrazione può nascere per una miriade di motivi fra cui certamente troviamo la povertà e l’instabilità economica.
Fedez scelga, scelga se trainare il carro dei diritti sociali con lo stesso vigore con quale ha trainato quello dei diritti civili, significherebbe guadagnare in credibilità ma anche mettere in discussione un modello insostenibile di disparità economica della quale lui è, a torto o a ragione, un’icona.
QUARTO ED ULTIMO PUNTO: quando è iniziato il declino verticale della politica che oggi nel bel mezzo della crisi più importante del dopoguerra decide di impiegare il proprio tempo parlando della RAI e di Fedez?
Certo è iniziato quando la politica è diventata un argomento da bar, lo abbiamo detto, ma soprattutto quando ha scelto di non essere più subordinata soltanto al mercato (e forse lo è sempre stata) ma anche al marketing.
Oggi chi fonda un partito (perché oggi i partiti non si costituiscono, si fondano come le aziende e le società) non lo fa per un determinato ideale ma analizzando a fondo i bisogni che non trovano rappresentanti fra le forze già esistenti.
Il mercato ha divorato la politica riducendola a un sistema di partiti che nascono e muoiono seguendo la legge della domanda e dell’offerta.
Non sono più gli elettori a seguire gli ideali rappresentati dai partiti tradizionali bensì i partiti a comparire sulla scena per soddisfare determinate esigenze rilevate dai sondaggi o dagli algoritmi.
Questi sono soltanto alcuni spunti di riflessione, faccio del mio meglio per non occuparmi di cose frivole come la politica perché mi interessa parlare di altro ma spesso la tentazione è troppo forte.
E poi anch’io frequento i bar, mica si può sempre parlare di figa e di calcio.

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